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Categoria: Manga e Anime
Dalla Serie: Naruto
Titolo Fanfic: LASCIARTI DA PARTE NON SI PUò (VERSIONE DEFINITIVA)
Genere: Sentimentale, Romantico, Azione, Drammatico, Erotico, Sportivo, Introspettivo
Rating: Vietato Minori 18 anni
Avviso: Shonen Ai, Yaoi/Slash/Yuri, Lemon, OOC, AU
Autore: bebedb galleria  scrivi - profilo
Pubblicata: 22/08/2022 14:06:43 (ultimo inserimento: 18/10/22)

Storia AU ispirata a Naruto. Kisame ha una palestra grazie a cui incontrerà un po' tutti gli altri personaggi, ognuno con i suoi problemi.
 
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PER RICOMINCIARE
- Capitolo 1° -

Intro:

Parte 1/3 della serie "La saga del quarzo opalino". In questa storia Modern AU e molto Crack Pairing, sono presenti diversi temi particolari e delicati: Omofobia; Dipendenza affettiva; Disturbi mentali; Derealizzazione; Incesto; Bullismo; Depressione. La maggior parte sono poco descritti o affrontati in un singolo capitolo.

Le età dei personaggi, diverse dal Canon, saranno chiarite nel corso della storia.
Yahiko e Nagato sono fratelli.
Sarana è un personaggio Canon, fa parte della squadra che Kisame ha dovuto eliminare da giovane.

Coppie in ordine di apparizione:
Kisame/Sasori
Kisame/Madara
Kisame/Naruto
Itachi/Nagato
Obito/Rin
Sasuke/Itachi
Kisame/Itachi
Naruto/Nagato
Shisui/Yahiko
Konan/Neji
Sasuke/Hinata
Kakuzu/Madara




Il posto che aveva scelto Kisame per iniziare la sua nuova vita era quasi in mezzo al nulla. Certo aveva rischiato, ma quell'edificio, un tempo una ex carrozzeria, era la soluzione più economica che era riuscito a trovare. A trentuno anni suonati sentiva l’urgenza di prendere finalmente in mano la sua vita in modo che non gli sfuggisse più. Lo aveva fatto un sacco di volte in precedenza.
Stava ripartendo dalla zona industriale di un piccolo paesino con strade polverose e capannoni fatiscenti nei cui cortili, circondati da ringhiere arrugginite, crescevano erbacce trascurate da anni. In ogni occasione in cui tirava il vento si sollevava, da quelle specie di carreggiate, una polvere bianca tipo farina che si insinuava ovunque. Neanche la pioggia riusciva a risolvere questo inconveniente, mezza giornata dopo che aveva smesso di cadere la fine polvere bianca tornava ad alzarsi, se non con il vento, ogni volta che transitava una macchina.
Kisame aveva provveduto personalmente alla pulizia e alla sistemazione del locale, grande e forte come era. Aveva impiegato circa un mese smaltendo rifiuti di ogni genere e apportando le opportune riparazioni. Ora, finalmente, completato il pavimento nero in pvc e terminata la tinteggiatura bianca delle pareti, tirava un sospiro di sollievo con le grosse mani puntellate sui fianchi e indossando la canottiera bianca su cui si era formato un triangolo di sudore al centro delle scapole.
Visto che il bagno era già stato ultimato ed era funzionante, decise di andarsi a fare una doccia prima di tornarsene a casa, era ancora gennaio e la sera scendeva presto, ma lui quel giorno sarebbe rientrato con il cuore pieno di speranza e aspettative. L'acqua gli scendeva sulla faccia facendo abbassare i capelli, che amava tenere in una forma a spazzola leggermente spostata in avanti. Ora che erano appesantiti dall'acqua gli arrivavano fino alla mandibola, quando erano pettinati e pieni di gel non sembravano essere così lunghi. La cabina della doccia era effettivamente un po' troppo stretta, ma era anche vero che lui, dopo nove anni che si cimentava in sport di vario tipo, non aveva più le dimensioni della maggior parte delle persone, e poi era anche alto quasi due metri.
Si rimirò davanti allo specchio con solo un asciugamano bianco stretto intorno alla vita, non appena sarebbero arrivati tutti i macchinari che aveva ordinato per completare la sua sala pesi avrebbe ricominciato ad allenarsi anche lui stesso. Rispettando tutte le tempistiche previste, aveva calcolato che la palestra sarebbe stata terminata entro aprile, nel frattempo tutto quello che poteva fare per prendersi cura del suo corpo statuario erano lampade, depilazioni totali e la sua consueta tinta blu notte; chiunque lo vedesse per la prima volta, era sempre attanagliato dal dubbio se i suoi capelli fossero dotati naturalmente di quei riflessi blu, o se fosse opera di uno scrupoloso parrucchiere.
Passando nuovo gel effetto cemento per rimettere i suoi capelli nella piega a spazzola, pensava che avrebbe dovuto assumere delle figure professionali specifiche di lì all’apertura. Più che altro aveva bisogno di una segretaria e di un responsabile sanitario per l'infermeria, mentre poteva essere lui stesso il direttore tecnico essendo laureato in scienze motorie.
Infilò il suo giaccone nero trapuntato il cui cappuccio era ornato da una striscia di pelliccia bianca, estrasse le chiavi della macchina dalla tasca dei jeans fermandosi un attimo a osservare il parcheggio dall'unica parete totalmente costituita da vetri. Momentaneamente il suo Land Rover Defender verde scuro con il musetto eternamente arrabbiato era solo ad attenderlo, ma presto quella piazza sarebbe stata gremita dalle vetture dei suoi futuri clienti.
Sì, sarà così, pensava sorridendo mentre usciva nel freddo pungente di inizio anno spegnendo le luci neon prima di avviarsi fischiettando verso la macchina.
Mentre si recava a fare la consueta lampada per mantenere la sua pelle eternamente del colore di uno che sia appena tornato da una lunga vacanza al mare, pensava che quel venerdì sera era la prima volta che si sentiva realmente felice da...
Da quando?

L'inizio dei suoi problemi si perdeva piuttosto in lontananza, come una vecchia fotografia dai contorni sfumati. Aveva all'incirca cinque anni e frequentava ancora la scuola materna quando si era accorto di essere attratto dai ragazzi e non dalle bambine come invece succedeva ai suoi amici. Non ci fece tanto caso fino al termine della quinta elementare, anzi, era convinto che fosse una una cosa uguale per tutti che i maschi preferissero giocare tra loro. Essendo un figlio unico anche senza nessun cugino e cresciuto in mezzo a soli adulti con tutti i parenti molto più grandi lui, aveva avuto poche occasioni per confrontarsi con persone della sua stessa età, finendo inevitabilmente col rispondersi da solo a ogni sua eventuale domanda o dubbio. Ovviamente queste supposizioni molto spesso erano totalmente sbagliate.
Le prime vere risposte, che però gli costarono molto care, iniziò ad averle cominciando a frequentare le scuole medie. Già dalle prime settimane successive all'ingresso nella prima media si accorse di essere attratto da un suo compagno di classe. Si chiamava Sasori ed era un tipo totalmente diverso da lui. Era il più basso e magro della sezione, veramente minuto, viso piccolo e delicato con grandi occhi marrone scuro.
Siccome aveva i capelli rossi, la pelle bianchissima era cosparsa di piccole lentiggini che però si notavano solo guardandolo da vicino. Era molto silenzioso e all'apparenza timido, durante l'intervallo Kisame aveva subito cercato di intavolare una conversazione, il piccolo rosso parlava veramente poco, si limitava ad annuire sorridendo eternamente mentre Kisame sparava a ruota libera tutto ciò che gli saltava in mente.
Non gli sembrava ancora vero di essere ascoltato così attentamente da qualcuno, gli era capitato pochissime volte nella vita. Già all'epoca era appassionato di sport, andava a correre, in bicicletta e aveva da poco iniziato a frequentare una palestra. Sasori non si scomponeva mai continuando a sorridere e a non prendere iniziative, non raccontava mai niente di sé così Kisame, dopo un mese, si era accorto che di lui non sapeva ancora praticamente niente. Gli altri compagni avevano iniziato ad evitarlo, si davano gomitate e facevano risatine quando lui entrava in classe, nessuno gli rivolgeva più la parola tanto che, ben presto, finì per doversi sedere in un banco isolato in cui rimase fino al termine del triennio.
Questa situazione così dolorosa lo fece attaccare ancora di più a Sasori, l'unico apparentemente gentile con lui, divenne una sorta di dipendenza. Il rosso aveva iniziato ad accettare di uscire qualche volta con lui a mangiare una pizza o a fare una bevuta, solo che bazzicava anche altre persone con le quali a volte esprimeva il desiderio di vedersi. Kisame, in questi casi si sentiva divorare dalla gelosia e dallo sconforto, sembrava che Sasori tendesse ad escluderlo di proposito da queste frequentazioni, ma era comunque abbastanza maturo di non darlo a vedere. Tuttavia aveva iniziato a vedere nel suo rapporto con Sasori, anche se problematico e sfuggente, l'unica ragione della sua vita. Si sentiva completo soltanto quando stava con lui, per questo aveva iniziato a trascurare anche i suoi impegni, sia di studio che di sport, per andare incontro alle esigenze di Sasori al fine di trascorrere con lui più tempo possibile.
Un giorno, appena iniziato il secondo anno delle medie, Sasori lo aveva invitato a casa sua per vedere un film insieme dichiarando di avere casa totalmente libera per diverse ore, almeno finché i suoi non sarebbero tornati dalla serata che avrebbero trascorso a teatro. Kisame, appena appresa la notizia, fece letteralmente i salti di gioia. Il rosso abitava un po' fuori paese, ma per Kisame non rappresentava il minimo problema inforcare la sua bicicletta da corsa per raggiungerlo.
La casa era veramente strana. Inquietante. Essendo una ex cantoniera, era situata praticamente a ridosso della ferrovia, da cui era distanziata da una stradina imbrecciata che lasciava appena lo spazio per far passare una macchina. L'entrata era costituita da una porta a vetri con il telaio di legno, non esisteva il campanello per cui a Kisame, una volta arrivato, non era restato altro che bussare. La sua mano, già grande e forte, fece tremare così tanto i vetri che temette quasi di farli uscire dalla struttura. Si sentiva il sottofondo di un televisore acceso provenire dall'interno. Dopo pochi minuti Sasori gli venne ad aprire, vestito molto classico come sempre, golfino grigio a collo alto e jeans che, vista la sua magrezza estrema, gli stavano grandi come d'altronde tutti gli altri pantaloni che aveva.
La prima cosa che Kisame notò entrando fu come l'abitazione fosse stretta e buia. Sul lato sinistro si trovava la porta di quello che probabilmente doveva essere un bagno, affiancata da una finestrella piccolissima protetta da delle inferriate di ferro nero. Sulla destra una scala di legno, posizionata lì sicuramente in seguito alla costrizione della casa, portava a un piano superiore. Nel vano che si trovava sotto le scale stesse, nella fitta penombra, Kisame riuscì a scorgere delle bambole di legno quasi a grandezza naturale, facce grottesche pitturate direttamente sul materiale, vestiti stranissimi e di epoche passate. Kisame deglutì sorprendendo sé stesso per essere stato impaurito da degli stupidi pupazzi.
"Coraggio, vieni, dammi pure il tuo giubbotto" la voce calma e gentile di Sasori lo riscosse, il suo viso eternamente sorridente lo fece riprendere totalmente dall'inquietudine.
La cena era trascorsa in modo tranquillo, a parte il boato di qualche treno che transitava a pochi metri dalla casa. Kisame sobbalzava ogni volta mentre Sasori, evidentemente abituato a quel rumore e alle vibrazioni, rimaneva totalmente indifferente. La sala da pranzo e il salotto con televisore e divano si trovavano nella stessa stanza, tra l'altro molto piccola. La cucina era situata in un piccolo vano a parte.
Sembra la casa dei Lillipuziani, anche i suoi genitori non devono essere molto alti.
Sasori aveva preparato diverse teglie di pizza a diversi gusti, si vedeva che erano state fatte da mani piuttosto inesperte ma Kisame apprezzò comunque l'accoglienza. Brindarono con un prosecco che Sasori aveva prelevato dalla cantina di casa.
"Sai, i miei sono molto severi, mi hanno sempre detto di non azzardarmi a bere alcolici prima della maggiore età, ma stasera è un'occasione speciale..." il rosso aveva pronunciato queste parole rendendo il suo eterno sorriso ancora più ammaliante.
Andando avanti nella conversazione, Sasori iniziò a raccontare qualcosa di personale in un modo che non aveva mai usato prima. Confessò di amare il fumetti di Dylan Dog e i romanzi di Stephen King. Leggere, infatti, era il suo passatempo preferito, non amando né fare sport e né i videogiochi come molti ragazzi della loro età. Kisame si stava accorgendo che erano totalmente diversi.
Non farti impressionare, forse potrebbe essere interessante!
"Ascolti la musica? Che genere ti piace?" Kisame si rese conto di stare disperatamente cercando qualcosa in comune.
"Heavy Metal"
È oscuro e inquietante come la sua casa.
Kisame iniziò a sentirsi un po' meno a suo agio nonostante il sorriso rassicurante di Sasori non subisse mai la minima alterazione, sembrava quasi un fermo immagine, una fotografia vivente. Kisame sospirò impercettibilmente cercando di non farsi scorgere da Sasori e, sforzandosi di sorridere, chiese all'amico che film avrebbero guardato. Il sorriso del rosso sembrò intensificarsi, anche se il cambiamento fu minimo, a Kisame sembrò di avvertirne l'energia nell'aria. Sasori aveva scelto La Casa di Sam Raimi, un orrendo horror splatter che fece quasi venire da ridere a Kisame. Sasori sembrava, al contrario, molto serio, il suo eterno sorriso era momentaneamente scomparso.
Chi lo avrebbe detto che era così? Ha qualcosa di strano, eppure sembrava un tipo abbastanza normale.
Kisame si agitò sul divano, la sensazione di inadeguatezza cresceva sempre di più. Appena terminato di guardare quello stranissimo film il sorriso del piccolo rosso tornò alla carica: "Cosa ti andrebbe di fare ora? Ci guardiamo un altro film, scendo in cantina a prendere dell'altro prosecco o vuoi vedere il resto della casa?"
Kisame optò per l'ultima proposta, sinceramente non gli andava di vedere qualche altra assurdità horror o di far rischiare a Sasori un rimprovero per le troppe bottiglie mancanti. Doveva però anche ammettere che non vedeva l'ora di andarsene di lì. Sasori afferrò con la sua mano minuscola e bianca, quella molto più grande e abbronzata dell'amico guidandolo su per le strette scale di legno. La struttura scricchiolava ed era anche molto scivolosa, soprattutto nel punto in cui si piegava in una curva molto stretta, Kisame non poté fare a meno di pensare a quegli orrendi pupazzi che aveva visto entrando e che ora stavano sotto i loro piedi. I gradini sfociavano in una piccola stanza in cui si trovavano un armadio, un lettino da una piazza e una piccola scrivania con una lampada di vetro verde, un portapenne e alcuni libri posati sopra. Ai piedi del letto una porta conduceva ad un altro ambiente, molto probabilmente la camera dei genitori, sull'altra parete una finestra molto stretta con le persiane di legno accostate.
"Qui dormo io" spiegò Sasori come se quella stranissima abitazione fosse la cosa più normale del mondo. Effettivamente Kisame si era accorto che aveva la forma di un cubo, quattro locali molto piccoli, due sotto, due sopra e nessun corridoio, era la prima stanza a svolgere la funzione di passaggio.
"Dai, spogliati" Sasori gli disse queste parole a bruciapelo, piantandosi davanti a lui e senza perdere il suo perenne sorriso. Kisame deglutì, la situazione diventava sempre più inconsueta, tuttavia decise di ubbidire, Sasori era il suo unico amico, perderlo avrebbe significato rimanere totalmente solo. La felpa verde sportiva di Kisame finì sul pavimento marrone chiaro, seguita dai jeans chiarissimi e dalle scarpe da ginnastica bianche.
"Anche quelli" i grandi occhi scuri di Sasori scintillarono mentre il suo indice destro sfiorava i boxer dell'amico.
Kisame biascicò con la bocca arida. Intuendo di non avere scelta, si sfilò anche l'ultimo indumento che era rimasto sul suo corpo muscoloso. Sasori rimase qualche istante in silenzio rimirando il suo fisico e piegando leggermente la testa di lato, secondi che a Kisame sembrarono interminabili, poi finalmente, accompagnandolo verso il letto a una piazza: "Vieni, siediti qui."
Il rosso estremamente minuto si avviò verso l'armadio estraendone quello che a prima vista sembrava uno slip molto particolare e un altro oggetto che, nella penombra estrema di quella casa, Kisame non riuscì a capire cosa fosse.
"Puoi indossarlo per me?"
Il ragazzo più alto non poteva crederci, quello che il più piccolo gli aveva consegnato era un pannolino da neonati con tanto di spillone da balia, anche se finto.
Non è possibile, si tratta di uno scherzo?
Sperando che fosse così, Kisame decise di indossarlo sempre seguendo il suo carattere di estremo accontentatore. Sasori continuava a sorridere senza mai scoprire i denti.
"Ora il mio bambino deve fare la nanna."
Kisame sentì la sua bocca spalancarsi e i suoi occhi celeste ghiaccio sgranarsi come se i muscoli facciali avessero assunto vita propria, il tono della voce del rosso era addirittura cambiato, da calmo e gentile era diventato improvvisamente alterato. Il cuore di Kisame iniziò a martellare, quello che sentiva serpeggiargli dentro era l'inizio del terrore. Senza dire niente e sentendosi gelare si stese sul letto, Sasori si avvicinò innalzando delle stecche di legno che in pochi attimi accerchiarono il letto esattamente come accade per le culle dei bambini piccoli, Kisame non si era accorto che il giaciglio fosse circondato da quella diavoleria.
"Ora mammina ti prepara la pappa, non muoverti di qui o ti farà tò tò" Sasori mimò il gesto di un ceffone con la mano destra mentre con la sinistra gli infilava in bocca un ciuccio di gomma. Scese di nuovo dabbasso mentre Kisame aveva iniziato letteralmente a tremare.
Sicuramente si tratta di un gioco o uno scherzo, ma allora perché ho l'impressione che sia completamente folle? Avanti ragiona e stai calmo!
Avrebbe potuto demolire quelle dannate stecche di legno con una sola mano, rivestirsi, scendere di sotto, recuperare il suo giubbotto marrone, spalancare la porta a vetri per inforcare la bici da corsa e andarsene sfrecciando nella notte. Invece, grande e forte ma troppo buono quale era, non ebbe nemmeno il coraggio di togliersi il ciuccio dalla bocca. Il passaggio di un treno lo fece sobbalzare. Dopo pochi minuti Sasori riapparve nella stanza. Aveva indossato un vestitino rosa a pois e una parrucca dai boccoli biondi, il suo corpo di una magrezza che faceva impressione, si vedevano chiaramente la forma dello sterno e la rotula del ginocchio, tra la cosce e i polpacci esisteva una differenza davvero minima, pareva che anche i suoi muscoli fossero inesistenti.
La pelle attaccata alle ossa.
La mente di Kisame ormai vacillava aggrappandosi a delle fesserie mentre lo osservava avvicinarsi con in mano un biberon pieno di latte. Sasori abbassò la sponda anteriore di quella specie di gabbia di legno in cui aveva imprigionato Kisame.
In realtà sono prigioniero di me stesso, della mia solitudine.
Sedendosi sul bordo del letto gli porse il biberon togliendogli il ciuccio dalla bocca, Kisame lo afferrò accorgendosi che il latte era addirittura caldo.
"Avanti, mangia piccolo mio"
La mano di Kisame tremava mentre si portava la tettarella di gomma alle labbra carnose. Sasori lo abbracciò mentre Kisame succhiava interdetto il latte dal biberon, sapeva benissimo di avere un'espressione sconvolta sul viso, non riusciva a staccare i suoi occhi chiari da Sasori come se questi avrebbe potuto mettere in atto qualche reazione pericolosa da un momento all'altro. Tuttavia il rosso non ne fu minimamente turbato, i suoi occhi marroni erano languidi e lucidi di piacere, le piccole labbra sottili si erano dischiuse mostrando leggermente gli incisivi superiori per la prima volta.
"Sei il mio bambino..."
Non appena Kisame ebbe finito di bere il latte gli tolse il biberon dalla mano irrigidita per mettersi a cavalcioni su una delle sue cosce muscolose, la sua pelle bianchissima era bollente, sembrava quasi in preda alla febbre. Iniziò a strofinarsi contro le forme dei suoi muscoli sviluppati, sembrava non rendersi conto di quanto fossero contratti. Kisame all'inizio del loro rapporto, appena lo aveva conosciuto, era stato attratto all'inverosimile da lui, ma da quando era entrato in casa sua, quella sera, gli sembrava di avere davanti un'altra persona, quasi un marziano.
È vero che le persone non si conoscono mai completamente, ma questo deve essere un incubo, forse sto impazzendo o già mi trovo legato dentro a qualche manicomio!
Era stato attratto da lui, ma ora doveva ammettere di provare una sorta di repulsione mentre l'altro si strusciava sulla sua gamba. Quella si poteva definire la sua prima esperienza sessuale, d'accordo che la prima volta non è mai il massimo, ma di certo non avrebbe mai immaginato di trovarsi in una situazione del genere.
L'alternativa è essere di nuovo solo? Forse non ti sei reso conto che a scuola nessuno vuole sedersi accanto a te.
Sasori ora si era steso sul suo torace con la pelle intrisa di sudore baciandogli i pettorali sviluppati.
"Non ti piace, Kisame? Devi aprirti con me, rivelarmi cosa vuoi che io faccia per darti soddisfazione"
Non riuscì più a dire niente, era troppo sconvolto e dilaniato dai contrasti anche solo per riuscire a pensare lucidamente. Non appena Sasori si fu calmato, Kisame riuscì ad alzarsi finalmente da quel letto, si rivestì velocemente esprimendo il desiderio di andare a casa accampando la scusa di essere stanco.
"Scusami ma ora mi toccano un paio di chilometri in bici al buio" si giustificò mentre Sasori gli porgeva il giubbotto.
"Non preoccuparti, grazie di essere venuto, io mi sono divertito tantissimo. Puoi tornare tutte le volte che vuoi, naturalmente" il suo sorriso e il tono di voce tranquillo erano tornati.
"Sicuramente, ci vediamo a scuola."
Kisame inforcò la bicicletta e accese la luce iniziando a sfrecciare nella notte. Ogni tanto si voltava per guardarsi alle spalle come per assicurarsi che nessuno lo seguisse pur sapendo che la cosa era alquanto stupida.
Accidenti, è un folle! Ma rimane pur sempre l'unico amico che ho, cosa posso fare?
Sperava che almeno, dopo quella sera, Sasori potesse diventare il suo compagno di banco.
"Non volermene, Kisame, ma lo sai la nostra classe com'è, se sapessero che siamo una coppia non ci lascerebbero più in pace e finiremmo emarginati entrambi. Quando vieni a casa mia?"
Kisame si sentì porre quella domanda quasi ogni giorno durante tutto il secondo anno delle medie, ma lui ovviamente inventava sempre una valanga di scuse per non farlo.
Uscivano insieme, andavano a cena, al cinema, al bar, ma non ci fu più nessuna forma di rapporto intimo, il rosso avrebbe voluto ma Kisame naturalmente non se la sentiva, era rimasto troppo sconvolto. Questo li portò inevitabilmente ad allontanarsi, smisero progressivamente di uscire e persino di rivolgersi la parola in classe. Kisame gradualmente ritornò ad essere totalmente solo e a fare da bersaglio per tutte le cattiverie dei suoi compagni di classe solo per non aver nascosto sin dall'inizio di essere omosessuale. Fu il periodo più terribile di tutta la sua vita arrivò persino a sentirsi in colpa per aver lasciato scivolare via l'unico amico che era riuscito a farsi.
D'accordo che era un rapporto malsano, ma non potevi tenerti almeno lui? Sei stato uno stupido, è un tipo particolare e con dei gusti bislacchi ma potevi essere un pochino più tollerante.
Decise di buttarsi su studio e sport per non pensare, si odiava, avrebbe voluto scomparire dalla faccia della terra e non aveva nemmeno nessuno con cui confidarsi, Sasori non lo guardava più nemmeno in faccia. Quando aveva bisogno di piangere stava ben attento che nessuno se ne accorgesse.
Non hai il diritto di piangere, è colpa tua se sei solo.
Un giorno Sasori non si presentò a scuola, lo stesso fece il giorno dopo e quello successivo ancora. Trascorsa una settimana, iniziò a serpeggiare la notizia che fosse finito in una comunità psichiatrica per la cura delle malattie mentali. Già da molti anni aveva la passione di costruire a mano dei burattini di legno a grandezza reale e dalle forme inquietanti, ma ora era stato addirittura sorpreso dai genitori a fare del sesso con essi. La conferma di ciò fu data a tutti dall'insegnante di lettere che poi era quella che teneva la classe per più ore e che, di conseguenza, li conosceva meglio.
"Sasori purtroppo ha bisogno di essere curato, ma non vi preoccupate dopo che avrà completato il suo percorso ne uscirà completamente guarito. Continuerà comunque gli studi nel posto in cui si trova"
Un brusio concitato si levò dai banchi mentre Kisame sorprese sé stesso a tirare un sospiro di sollievo. Il terzo ed ultimo anno delle medie lo trascorse in una totale solitudine, nessuno gli rivolgeva più la parola, come se fosse presente solo lui all'interno della stanza, ma almeno era libero dai sensi di colpa sia nei confronti di Sasori, sia verso sé stesso. Era vero che il rosso aveva dei problemi e non era stata soltanto una sua impressione; si chiese distrattamente se per caso gli sarebbe capitato di rivederlo e che persona sarebbe stata dopo la guarigione.
Il giorno dell'esame sentì una liberazione incredibile, aveva l'impressione di camminare senza toccare il terreno. Appena terminato ed averlo superato a pieni voti, uscì dalla scuola senza voltarsi indietro e senza salutare nessuno, ora che non li avrebbe più rivisti finalmente era libero di respirare.
 
Continua nel capitolo:


 
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