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MANGA.IT FANFIC
Categoria: Manga e Anime
Dalla Serie: Naruto Shippuden
Titolo Fanfic: COME L'ACQUA IMPARò A VOLARE.
Genere: Sentimentale, Romantico, Azione, Avventura, Drammatico, Erotico, Introspettivo
Rating: Vietato Minori 18 anni
Avviso: Shonen Ai, Yaoi/Slash/Yuri
Autore: bebedb galleria  scrivi - profilo
Pubblicata: 25/03/2022 20:20:43 (ultimo inserimento: 30/03/22)

Evoluzione del rapporto tra Kisame e Itachi. Hurt /Comfort e Missing Moments
 
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SIEDITI QUI CON ME
- Capitolo 1° -

Io che cosa sono stato? Un alleato o un nemico? Che scopo ho raggiunto, qual è stato il mio posto, in che direzione ho scelto di andare? Potrò mai trovare la pace interiore? Forse sono stato solo intrappolato in un'esistenza che non ha nulla di vero. Itachi, avevi ragione sul mio destino, ma tu poi lo hai capito che genere di uomo sei stato al momento della tua morte? Io non lo so, ma forse non è vero che come essere umano non sono valso proprio a niente.
 
Kisame iniziò a sentirsi leggero, non aveva più bisogno di respirare, nessuna necessità fisica era presente; il dolore della lingua morsicata sparito, così come erano scomparse la debolezza e la fatica della battaglia, anzi, in realtà, il corpo non lo avvertiva proprio più. La differenza si sentiva, era sempre stato là, il suo corpo, enorme, massiccio e forte, un ammasso di muscoli pronto a scattare, ma ora, questa consistenza evanescente gli faceva girare la testa. Una piacevole vertigine, galleggiava in una beatitudine estrema. Era sparito anche il dolore dell'anima, quello provato per la perdita di Itachi e che lo aveva schiacciato fino a farlo smettere di respirare. Non lo feriva più ma lo ricordava benissimo, aveva espresso il desiderio di prendersi qualche giorno di vacanza con aria indifferente, ma la verità era che non voleva farsi vedere piangere dagli altri. Si era addentrato nel bosco urlando e distruggendo tutto ciò che gli capitava sotto mano colpendolo con Samehada, tirava dei fendenti talmente forti che, per un attimo, aveva persino temuto di poter rompere l'impugnatura della sua spadona. Aveva tagliato di netto diversi alberi imponenti con un solo colpo, frantumato rocce giganti, scavato buche nel terreno che sembravano crateri di granate, fino a stramazzare al suolo senza forze; solo allora le lacrime avevano iniziato a fluire dai suoi occhi tondeggianti e argentati. Gli scaldamuscoli bianchi erano ancora macchiati di rosso, aveva tenuto stretto il corpo di Itachi fino a che non gli aveva fatto quell'ultima e assurda richiesta esalando l'ultimo respiro. Lo aveva accontentato, ma ancora adesso si chiedeva cosa avesse avuto in mente, non lo aveva capito.
C'erano state diverse occasioni in cui il suo amico gli era risultato totalmente incomprensibile, ma aspettando e avendo quella pazienza che a lui risultava così tanto difficile, aveva sempre modo di verificare che Itachi coglieva sempre nel segno, capendo tutto al volo e con precisione a partire da pochissimi indizi. Kisame aveva sempre ammirato la sua genialità, era forse l'unico a farlo dal momento che tutti gli altri riuscivano solo a invidiarlo e detestarlo.
Gli aveva tolto la collana e l'anello al fine di tenerli per se, a rigor di logica avrebbe dovuto riconsegnare almeno l'anello, tuttavia non lo fece. I suoi lamenti strazianti si erano uditi nel bosco fino a notte inoltrata, sotto un bellissimo cielo calmo e cosparso di stelle, si erano spenti lentamente lasciando spazio a singhiozzi silenziosi e, successivamente, a un sonno agitato e costellato di incubi. Il giorno successivo, svegliatosi in preda a un mal di testa lancinante, era ritornato barcollando verso il covo di Akatsuki ricevendo l'ordine di catturare l'Ottacoda. Dopo la partenza, nel profondo del cuore già sapeva come si sarebbe conclusa la faccenda, lui ad essere sinceri, aveva già deciso che la sua vita era finita.
E ora eccolo là, a ricordare tutti questi fatti spiacevoli senza che facessero male. Samehada non era in suo compagnia ma iniziava a capirne il motivo, lei era ancora in vita, probabilmente addolorata per la sua perdita anche se certamente già aveva scelto un nuovo proprietario.
Si rese conto di essere su una bellissima spiaggia inondata di sole, sorrise, era veramente al settimo cielo, il mare borbottava calmo e sereno, i riflessi sulle onde sembravano una distesa di diamanti scintillanti, luce ovunque, la sentiva scendere anche in fondo all'anima. Dalla parte opposta della striscia sabbiosa un immenso bosco verde smeraldo, il litorale si incurvava in una dolce insenatura. Camminava ma i suoi piedi sembravano non toccare la sabbia dorata. Eppure quel posto lo conosceva, era familiare, un luogo in cui era stato felice. Gli erano capitate poche occasioni liete nella vita per questo la gioia, evento così raro, ogni volta che era giunta lo aveva sorpreso talmente tanto da lasciargli una traccia indelebile nel cervello. E questa era gioia, quella vera, successa quando era in vita. Un pontile di legno in lontananza.
Ma certo. È dunque questo il Paradiso? Ti fa rivivere il giorno più bello della vita all'infinito?
Sapeva già alla perfezione quello che avrebbe dovuto fare. Aveva avuto l'impressione che il molo fosse lontanissimo, ma gli era bastato soltanto desiderare di essere lì per ritrovarsi di fronte al suo inizio. Posò il piede destro sulle assi di legno accecato dal luccichio del mare, lo possedeva ancora un corpo, allora, solo che adesso era… puro. Avanzava circondato dalla luce e dal borbottio sommesso dell'acqua, stavolta non stava facendo questo in seguito ad un ordine, lo faceva perché lo voleva, lo desiderava sul serio e ardentemente.
Sì, era presente qualcuno, la sagoma appariva nera in controluce alla fine del pontile. Ora, però, non bastava pensare di avvicinarsi per ottenere l'effetto desiderato, gli pareva, piuttosto, di camminare su una gomma da masticare gigante avendo l'impressione di non arrivare mai. Non aveva importanza, sorrideva, era gioioso, nessuno avrebbe potuto più togliergli niente. Certo, era Itachi laggiù, non avrebbe potuto essere diversamente, stava nella stessa identica posa della prima volta. Delle piccole differenze erano evidenti, non erano presenti squali che nuotavano insistentemente sotto quelle assi, la prima volta li aveva evocati lui stesso per timore di una qualche reazione da parte del suo nuovo compagno, aveva deciso, in quel caso, che la prudenza non sarebbe stata troppa. Non c'era Samehada sulla quale aveva fatto affidamento in precedenza per lo stesso motivo. La diversità più evidente di tutte, comunque, era Itachi. Appena lo aveva percepito arrivare si era alzato subito voltandosi nella sua direzione. Una visione meravigliosa, indossava un kimono bianco che sembrava di seta, i bellissimi capelli lasciati andare sciolti come Kisame li avevi visti in pochissime occasioni, sembrava emanare un'aura brillante lui stesso. Le bellissime labbra si piegarono in un sorriso, vero, sincero, Kisame aveva avuto raramente il piacere di vedere questo ornamento su quel viso meraviglioso, eternamente segnato dal dolore e dalla stanchezza. Si corsero incontro senza esitare, andò tutto di conseguenza, senza pensare, si ritrovarono allacciati in un abbraccio. Tutto esattamente come ricordavano, forse meglio, la pelle liscia di Kisame, le sue manone la cui dimensione riusciva a fare tenerezza, il corpo statuario sempre saldo e forte, il petto nudo come piaceva a lui che soffriva eternamente per il caldo. Il profumo dei capelli di Itachi e la loro morbidezza, Kisame non riuscì a trattenersi dall'accarezzarli. Si baciarono immersi nella luce, dal momento che, ormai non avevano più bisogno di respirare si resero conto di poter andare avanti all'infinito. Le labbra di Itachi sempre morbide e vellutate, quelle di Kisame calde, e carnose, come si ricordavano l'uno dell'altro. Adesso completamente senza dolore, senza preoccupazioni. Si staccarono un attimo per guardarsi negli occhi a vicenda, Itachi strinse le braccia ancora più forte al collo di Kisame, l'uomo squalo gli accarezzò il viso con il dorso della grossa mano, con una delicatezza disarmante; la sua bocca che era stata così spesso piegata in una ghigna asimmetrica di sfida per nascondere la tristezza, adesso scopriva i grossi denti perlacei nell'autentica spensieratezza. Gli occhi neri di Itachi, privi di quel costante sottofondo di dolore, catturarono con il loro fascino notturno e brillante quelli chiari di Kisame. Ripresero il bacio da dove era rimasto, il tempo non esisteva, Kisame stringeva l'esile vita del compagno con dolcezza. Itachi si allontanò lentamente dal corpo muscoloso afferrandogli piano le manone.
“Siediti qui con me” gli disse guidandolo verso l'estremità del molo.
L'uomo squalo sorrise pensando a come era andata la prima volta, Itachi lo aveva snobbato accusandolo di parlare troppo e di essere lì soltanto perché ormai divenuto un fuorilegge senza un posto dove andare, senza peli sulla lingua gli aveva spiegato che chi uccide un compagno non troverà mai una morte onorevole. Se n’ era andato lasciandolo lì come uno stoccafisso già folgorato dal suo sguardo e con il cuore che galoppava a mille. Si sedettero fianco a fianco, Itachi con le gambe incrociate sotto la seta bianca, Kisame lasciando andare i suoi grossi piedi in giù, verso l'acqua, gli sguardi persi nell'azzurro.
“Ora che niente ha il potere ferirci, possiamo parlare di tutto ciò che desideriamo” la voce di Itachi era sempre la stessa, calma e suadente. Kisame stentava a credere alla proprie orecchie, il suo amico, sempre così silenzioso e glaciale, gli stava chiedendo di parlare, quante volte aveva desiderato farlo ma si era trattenuto per questo! Sempre, in troppe occasioni, ecco perché ora si sentiva così radioso per questa opportunità attesa da tutta la vita, decise di non lasciarsela scappare.

Il nostro primo incontro, in verità, non è stato questo, su questo pontile; io ricordo perfettamente di averti visto molto prima. Forse tu, in quel momento, eri talmente accecato dal dolore da non avermi neanche notato. Pain ci aveva appena informato che sarebbe arrivata una nuova recluta in Akatsuki e ci aveva ordinato di accoglierla. Io, in verità, mi trovavo lì esclusivamente perché mi era stato ordinato, non è che avessi tutto questo entusiasmo di vedere l'ennesimo brutto ceffo o criminale unirsi a noi. Lo calcolavo come un ulteriore problema, un nuovo tizio da cui guardarsi le spalle. Non sapevo chi eri e nemmeno perché stavi lì, all'epoca la... notizia, non aveva ancora fatto il giro di tutte le orecchie, comprese le mie. In ogni caso, Samehada era sempre con me pronta per ogni evenienza, compresa quell'occasione. Una sagoma si disegnò sulla porta della stanza dove noi stavamo in attesa, fuori la luce del sole era intensa e questo rendeva solo una figura scura. Da quel poco riuscii solo a cogliere che eri magro e avevi l’impugnatura di una spada che sporgeva da dietro la spalla destra. Uno spadaccino, beh, di sicuro non avrebbe avuto tanto ardore da sfidare me, sarebbe stato per lui un autentico suicidio.
Pain annunciò il tuo nome, devo ammettere che avvertii un brivido gelido percorrermi la spina dorsale, ero al corrente che gli Uchiha possedevano, gli occhi tanto speciali, come li chiamo io, e ancora non ero consapevole che i tuoi avevano una marcia in più. Gli altri storsero le bocche, sbuffarono, rotearono le pupille assottigliando lo sguardo, io no, ero curioso, già sapevo che potevi essere interessante solo avendo scorto la tua sagoma nera. Avvertivo l'invidia dei presenti riempire l'aria come una densa gelatina, ben presto per qualcuno si trasformò in odio, lo avvertivo intorno a me come delle cariche elettrostatiche, nessuno ti aveva ancora guardato in faccia e già tutti questi sentimenti negativi ti saltarono addosso come se fosse stato tirato un sasso in mezzo a un branco di cavallette. Io sentivo un po' di solletico allo stomaco, sì, ma di curiosità, quello sguardo leggendario volevo sapere come era fatto. Finalmente ti decidesti a fare un passo avanti per uscire dalla zona d'ombra.
Eccolo quello sguardo, perso nel vuoto, colmo di dolore. Dovetti nascondere mezzo viso nel mio mantello per non far vedere la mia bocca spalancata. Mi domandavo come fosse possibile tanta afflizione, non ne avevo mai vista una quantità tale e tutta insieme nella mia esistenza. Voglio dire, eri poco più che un ragazzo allora, eppure la vita ti aveva già riservato tanto tormento. Ecco perché eri lì, fuggivi da qualcosa, dissi a me stesso che quel povero ragazzo avrebbe potuto scappare da tutto tranne dalla sofferenza, essa gli sarebbe stata incollata addosso come la sua ombra, per sempre.
Ti fu assegnato Juzo come partner, lo spadaccino della Mannaia Decapitatrice grugnì di disapprovazione, tu ti limitasti ad annuire per poi avviarti a prendere il tuo nuovo equipaggiamento. Solo io notai il pallore del tuo viso e il fatto che le tue gambe tremavano, nonostante tu ti sforzassi di mantenere le spalle dritte. Osservavo il tuo lungo codino, liscio e nero, scenderti in mezzo alla schiena, trovai immediatamente incantevoli i tuoi capelli. Abbassai gli occhi sospirando, non puoi capire la delusione, fino all'ultimo avevo nutrito la speranza di poter essere io il tuo compagno; se fossi stato nominato io al posto di Juzo, avrei dovuto fare uno sforzo immane per non cedere all'entusiasmo. Quella fu l'ultima volta in cui ti vidi con la tua divisa da ANBU, ora che sono qui posso confessarti quanto trovavo che ti stesse bene, eri davvero bellissimo. Subito dopo aver ritirato le tue cose, ti chiudesti nella stanza che ti era stata assegnata. Non venisti a mangiare, addirittura alcune persone non ti avevano nemmeno ancora visto pur sapendo che facevi parte del gruppo.
Poco dopo, passando casualmente davanti alla tua porta, ti udii piangere. Era una cosa così straziante che ebbe il potere di spaccarmi il cuore in due all'istante, fatto mai successo nemmeno in quell'occasione in cui fui costretto ad eliminare i miei compagni da giovane. Mi sentii in dovere di fare qualcosa, così spinsi piano la porta per entrare. La tua divisa, che a me piaceva tanto, era buttata sul pavimento senza la minima attenzione, stavi rannicchiato sotto le coperte, solo i capelli uscivano andando a spargersi sul cuscino. Mi sono avvicinato lentamente e in silenzio, sì, devo confessare che un po' temevo anche una tua eventuale reazione, in fin dei conti ti sarebbe bastato guardarmi. Scorgevo la sagoma del tuo corpo squassata dai singhiozzi, senza pensarci troppo mi sedetti sul bordo del letto appoggiando delicatamente una mano su quel fagotto tremante. Rimasi per un po' fermo, poi iniziai a massaggiarti lentamente, non so nemmeno quale parte del corpo fosse, parevi un involtino; non riuscivi a calmarti, avevo l'impressione che da un momento all'altro tu potessi smettere di respirare. Ti baciai quel poco di capelli che riuscivo a scorgere e poi uscii dalla stanza, forse era meglio lasciarti sfogare, ancora adesso mi attanaglia il dubbio se tu ti sia accorto o meno di me.
Iniziasti ad avvilupparti in quell' accidenti di mantello nero che ti stava tre volte di troppo, nascondevi là sotto il tuo viso, le forme del tuo corpo, persino i capelli. Naturalmente venni a sapere ogni cosa, mi facevi una pena infinita, soprattutto quella testa che si intravedeva a malapena, avrei voluto accarezzarla, stringerla al mio petto, non sapevo come potesse fare quel fragile corpo così imbacuccato a reggere un tale dolore, avrei fatto di tutto per poterlo lenire almeno un poco. Forse credo di aver capito per quale motivo ti nascondevi tanto, cercavi di celarti alla tristezza stessa, o volevi tenere il mondo esterno lontano per evitare che potesse ferirti ancora.
 
Una lacrima rotolò sulle guance azzurre di Kisame, percorrendo le piccole branchie che aveva sotto gli occhi, Itachi la intercettò con il dorso del suo indice destro asciugandola con la sua mano aggraziata, sorrise avvolto dalla luce.
“Perché piangi, Kisame? Non può trattarsi di dolore, qui non esiste”
“Infatti non è dolore, bensì amore”
“L'ho sempre saputo, anche se non lo davo a vedere” Itachi sorrideva dolcemente, sembrava emanare lui stesso il bagliore “Come ho sempre saputo che sei stato tu, il giorno del mio reclutamento, a cercare di consolarmi, sono consapevole di non averti mai ringraziato per questo, lo sto facendo adesso. ”
La mano di Itachi adesso stava accarezzando gli spessi capelli a spazzola dell'uomo squalo. Kisame decise di sfruttare fino in fondo l'occasione di parlare, un bisogno rimasto insoddisfatto per così tanto tempo da averlo trasformato in una specie di treno in corsa senza freni.
 
Finalmente il mio desiderio si avverò. Dopo la morte di Juzo, tu rimanesti senza un partner, non credetti alle mie orecchie quando Pain scelse proprio me. Mentre mi incamminavo per raggiungerti qui, dove siamo adesso, il mio animo era una battaglia di contrasti. La consapevolezza dei tuoi occhi speciali mi fece decidere di portare Samehada con me, lo ammetto, un certa dose di timore era presente, il fatto che io fossi rimasto affascinato così tanto da te non implicava necessariamente il contrario, d'altronde trovarsi di fronte un tipo grande e grosso come me e con il viso da squalo non può suscitare tranquillità al primo impatto, una tua eventuale reazione avrebbe potuto anche essere scatenata per prudenza. E poi il vero motivo per il quale avevi compiuto determinate azioni ancora non lo sapeva nessuno, me compreso. Percorrendo le assi di legno decisi di evocare degli squali in carne ed ossa, non si sa mai, giunsero all'istante iniziando a nuotare sotto la palafitta, non avrebbero mai saputo dirmi di no. Sapevo benissimo che la mia presenza non ti era sfuggita, come avevi avvertito quella dei predatori che guizzavano sotto di te, tuttavia non hai reso la minima reazione, non ti sei scomposto. Devo confessare che questo tuo atteggiamento mi ha messo in crisi un'infinità di volte, la più impressionante fu quando Deidara prese la decisione di andare ad affrontare Sasuke, non hai battuto ciglio, il tuo respiro non subì la minima alterazione, i tuoi muscoli non ebbero un fremito, una statua di cera. Mi sono sempre chiesto in che modo potevi mantenere un autocontrollo del genere. Eppure, forse qualcosa del linguaggio non verbale scappava alla tua volontà, il tuo modo ti tenere le spalle curve, quel giorno, e il tuo sguardo perso nell'orizzonte, verso il mare, tradivano una fragilità estrema di cui mi accorsi immediatamente.
Decisi di iniziare dalle presentazioni, sentendomi immediatamente uno stupido. L'emozione si impadronì di me prendendomi alla sprovvista, non potevo ancora credere di averti lì a pochi centimetri e che da quel momento in avanti avremmo lavorato insieme, ti avrei avuto al mio fianco ogni giorno e per tutto il giorno, le mie gambe iniziarono a tremare.
Non mi degnavi di uno sguardo, come se per te fossi una presenza evanescente, decisi di mostrasti la mia comprensione dal momento che avevamo avuto delle esperienze simili, eravamo stati costretti ad eliminare i nostri compagni. Niente. Quante volte ho parlato a sproposito per gestire l'imbarazzo generato dal tuo silenzio, capitò anche quel giorno, il primo. Mi pentii immediatamente per averti illustrato le abitudini di cannibalismo degli squali, sentivo la bocca secca e la testa girare, la soglia dello svenimento mi pareva molto vicina, mi ritrovai a pensare che forse sarebbe stato meglio così, almeno avrebbe interrotto il flusso inarrestabile delle stupidaggini che stavano uscendo dalla mia bocca. Ancora niente. L'empatia non funzionava, le fesserie nemmeno, dovevo trovare assolutamente qualcosa di maggiormente clamoroso. Impugnai Samehada, la feci volteggiare in aria fingendo di colpirti mentre ti avvertivo che avresti dovuto guardarti da me, neanche lei era riuscita ad impressionarti. Ti alzasti con quel tuo fare flemmatico e, finalmente guardandomi, mi rimproverasti affermando che non avrei mai trovato una morte onorevole, mi accusasti di essere uno che parla troppo.
Te ne sei andato infastidito lasciandomi lì con l'immagine del tuo viso ancora davanti, così bello nonostante fosse segnato dal dolore, i tuoi occhi ebbero il potere di folgorarmi, non credo di aver visto una meraviglia in grado di superali in tutta la mia vita, inutile dire che il cuore sembrava volermi sfondare il petto, forse anche lui è più grosso e forte del normale a giudicare dai colpi che mi dava. Che scemo che ero stato, di sicuro, agendo così, mi ero precluso per sempre la possibilità di baciare quelle labbra piene e vellutate e di stringere il tuo corpo sottile. Sì, perché io ti ho amato da subito, non sai come avrei voluto cullarla quella tua sofferenza. Non prendermi per stupido, adesso, ma ti consideravo già una cosina di cui prendermi cura.
 
Kisame arrossì abbassando lo sguardo imbarazzato, Itachi gli afferrò una manona appoggiandosela in grembo, sorrideva mentre i suoi occhi neri gridavano: ti prego, continua!
 
Ti ammiravo, tantissimo, e questo generava in me un immenso rispetto. Non sopportavo quando mi accorgevo che per gli altri non era così. Ricorderai sicuramente il giorno in cui abbiamo reclutato Deidara, aveva un livello di esuberanza talmente elevato da renderlo cieco. Potevo comprendere la sua giovane età e che questo lo facesse sentire autorizzato a snocciolare senza freni tutte le caratteristiche delle sue abilità. Tu non sei mai stato così, nonostante eri decisamente il migliore di tutti quanti, mai scivolato nell'arroganza, stare al centro dell'attenzione non ti è mai piaciuto, mai dato spettacolo nonostante ne avresti avuto tutti i diritti, la mia ammirazione scaturiva anche da questo.
Sasori prese a sbuffare infastidito affermando che secondo lui Deidara era uno di quelli destinati a morire giovane. Io, giustamente, cercavo di informarmi meglio su cosa sapesse fare e in che modo poteva esserci utile. Tu, come sempre, analizzavi in silenzio. Non credetti alle mie orecchie quando il biondo decise di sfidarti, sentii il mio cuore quasi fermarsi, avrei voluto rimproverarlo e chiedergli come si fosse permesso, ma dopo la figuraccia che avevo fatto sul pontile il primo giorno, decisi che forse sarebbe stato meglio tenere un po' a freno la lingua, anche perché, se gli altri si fossero accorti dei miei sentimenti verso di te, come sarebbe potuta finire? A dire la verità il dubbio più atroce era quello che provavi tu nei miei confronti, io ti amavo alla follia, ma tu? Avevo paura anche di sfiorarti per errore all'epoca, l'eventualità di un tuo rifiuto avrebbe potuto uccidermi.
Non ti sei scomposto, come tua abitudine, gli facesti promettere che se avesse perso contro di te sarebbe entrato in Akatsuki. Lo facesti cadere vittima della sua stessa mossa, avvolto dalla creatura esplosiva che ti avrebbe voluto lanciare addosso, naturalmente non gli hai fatto del male. A quel punto trovai che l'occasione fosse propizia per parlare senza destare sospetti, presi come scusa il fatto di voler spiegare a Deidara cosa fosse successo per farti sapere finalmente quanto ti ammiravo. Gli dissi come fosse stato catturato dallo Sharingan senza che nemmeno se ne fosse accorto, gli era bastato solo guardarti un istante. Lui ne rimase estasiato solo che non lo ammise mai, questo lo portò, in seguito, ad essere preda di una profonda invidia verso gli utilizzatori di abilità oculari, fu forse anche questo a condurlo verso la sua fine. L'invidia può essere davvero una bestia tremenda e distruttiva, l'ammirazione, l'amore e il rispetto no, possono condurre solo a cose positive.
 
 
Continua nel capitolo:


 
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