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MANGA.IT FANFIC
Categoria: Originali (inventate)
Titolo Fanfic: BACIA LA CHEF
Genere: Sentimentale, Romantico, Commedia, Drammatico, Erotico, Introspettivo
Rating: Vietato Minori 18 anni
Avviso: Yaoi/Slash/Yuri, Lemon
Autore: strega12 galleria  scrivi - profilo
Pubblicata: 29/11/2020 23:02:38 (ultimo inserimento: 10/04/21)

Un viaggio che cambierà completamente una giovane ragazza prigioniera dei pregiudizi... e non solo lei!
 
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1.
- Capitolo 1° -

Nonostante stia facendo un volo tranquillo, mi sento come se stessi precipitando nel vuoto.
Questo viaggio non è cominciato bene.
Prima che mi mettessi in fila per il check-in, mia madre mi ha raccomandato di comportarmi bene con Juliette e la zia Clélie e di non creare problemi anche a loro. Mi ha anche dato il suo libretto di frasari in francese con una lettera all’interno. E come se non bastasse, vicino a me si è seduto un signore anziano che protesta ogni volta che mi muovo appena.
Vorrei dire di essere felice di andare a Parigi da mia zia e mia cugina, ma non è una vera e propria vacanza. È una fuga.
Apro il libretto per leggere la lettera di mia madre, sperando di potermi distrarre dai miei pensieri.
Dice di non essere arrabbiata con me per quello che è successo, ma è meglio per me che decida che cosa fare della mia vita lontana da casa, o sarebbe meglio dire fuori dall’Italia.
Mi raccomanda di non esagerare con il buon cibo francese, stare il più a lungo possibile insieme a Juliette senza risultare appiccicosa, flirtare solo con i maschi, ma senza esagerare, e soprattutto di non mettermi in contatto con Lorelei. È sicura che se seguirò queste indicazioni, potrò tornare a casa, chiedere scusa a papà, tornare a comportarmi come una brava figlia e concentrarmi sugli studi di medicina.
Sento una grande forza nelle mie mani e la uso per ridurre questo pezzo di carta in una pallina.
Il mio vicino di viaggio si schiarisce la voce per mostrare per l’ennesima volta il suo fastidio per ogni cosa che faccio.
Dovrei conficcargli la pallina in gola, ma la metto con rabbia nel mio zaino e fisso il sedile davanti a me pur di non pensare, ma non funzionano neanche la Coca-Cola e le Pringles che mi serve una hostess con dei bellissimi capelli neri.
Quando atterro sul suolo francese, mi sembra già di sentire profumo di baguette.
Recupero i miei due trolley e raggiungo l’uscita dell’aeroporto.
Riconosco all’istante mia zia vicino al suo maggiolino rosso mattone. I suoi capelli sono cresciuti molto dall’ultima volta che ci siamo viste. Appena si accorge di me, mi accoglie con un sorriso e un abbraccio. Io ricambio perché ne ho bisogno.
“Eccoti qua, ma petite nièce!”.
“Merci, zia”.
“Sono così felisce di vederti! Andiamo alla maison”.
“Dov’è Juliette?”, le chiedo mentre l’aiuto a mettere i miei bagagli nel baule.
“Non potevo certo lasciare la libreria aperta senza nessuno che controllasse la caisse. Ed è ormai ora che Juliette impari a cavarsela da sola quando è al lavoro. Ci raggiungerà in tempo per la cena”.
Mi fa salire in macchina e invece di chiacchierare con lei, tiro fuori dal mio zaino il lettore CD per ascoltare la compilation rossa del Festivalbar dell’anno scorso che ho masterizzato da sola.
I cartelloni pubblicitari che vedo in autostrada mi permettono di abituarmi all’idea di non essere più in Italia.
Non che mi lamenti.
Quando arriviamo al quartiere Oberkampf, la zia parcheggia davanti ad un palazzo di sei piani.
“Zia, dove siamo?”, le chiedo mentre mi guardo intorno.
“Juliette abita qui da un anno. Ci abitava un mio anziano zio e le ha lasciato il suo appartamento come regalo per il diploma prima di trasferirsi in campagna”.
L’ultima volta che sono venuta a trovarle, quando c’era ancora lo zio Marco, abitavano in un palazzo a tre piani.
Quando entriamo in ascensore con le mie valigie, la zia spinge il numero sei.
“Vedrai che vue!”, dice emozionata come se stessimo andando in cima al mondo.
La zia esce per prima per aprire la porta al centro del corridoio. Ce n’è anche una a destra.
Sono all’ultimo piano, perciò il soffitto dell’appartamento è lo stesso tetto del palazzo, ma almeno non lo sfioro con la testa.
“Bienvenue!”, esclama la zia.
L’enorme stanza davanti ai miei occhi comprende il salotto con un grande divano, un televisore al plasma attaccato al muro, una cucina né piccola né grande in stile provenzale e dai colori chiari, un tavolo da pranzo grande abbastanza per almeno sei persone.
La zia apre la porta della grande finestra vicino al tavolo e m’incoraggia nella sua madrelingua a venire a vedere. Poso lo zaino a terra ed esco nel piccolissimo balcone. Ci possono stare al massimo due persone, ma almeno la vista è una meraviglia.
Se strizzo gli occhi, riesco a vedere le torri di Notre Dame, la flèche della Sainte Chapelle e anche la cima della Tour Eiffel in versione ridotta.
“Donc? Che ne pensi?”, mi chiede la zia.
“Di sicuro non sono a Milano”, ironizzo.
Lei fa un sorriso ancora più grande e mi accompagna in quella che sarà camera mia finché sarò ospite di mia cugina. C’è un letto matrimoniale, un grande armadio e una piccola scrivania, mi sembra di essere in una camera d’albergo.
Pur non essendoci il balcone, c’è comunque una finestra con la stessa bella vista. Mi sarà utile nelle notti in cui avrò troppo caldo per dormire.
La zia mi fa vedere anche la camera di Juliette, uguale alla mia, tranne che per le pareti verdi più scure.
“Dove sono i cavalli e le medaglie?”.
Avrei giurato di trovarla simile ad una piccola scuderia, piena di cavalli ed unicorni di plastica e peluche, come Juliette aveva sempre desiderato di far diventare la sua futura casa. Lo diceva pure quando eravamo delle adolescenti.
Inoltre, una parte di me si aspettava di trovarla vestita da cavallerizza che pulisce per bene i suoi stivali o gli arnesi per la strigliatura. O forse ho un po’ esagerato con l’immaginazione.
“Juliette si è presa una pausa dall’équitation”, risponde la zia sul vago.
“E come mai?”.
“È una storia lunga, ma non è il momento giusto per parlarne ed io devo andare in libreria. Vuoi venire con me o preferisci rimanere qui?”.
“Vorrei… rimanere da sola. Non è stato un viaggio piacevole”.
Lei mi dà una pacca sulla spalla.
“Finché starai qui, considerati a maison tua. Se hai fame, prendi tutto quello che vuoi in cuisine. Puoi anche guardare la télévision. E se vuoi farti una douche, in bagno ci sono degli serviettes bleues e puliti tutti pour toi”.
La ringrazio e aspetto che esca di casa prima di andare in cucina a bere un bicchiere d’acqua fresca e riaffacciarmi sul balcone del salotto.
Mi è sempre piaciuta Parigi e sono felice ogni volta che vengo a passarci le vacanze o anche soltanto dei lunghi weekend, ma questa volta non riesco a godermi niente.
Mi sento un robot.
Un robot difettoso, in grado di piangere.
“Est-ce que tout va bien, mon cher?”, mi chiede una voce.
Per poco mi sfugge il bicchiere di mano e rimetto piede in salotto piena di vergogna senza indagare sulla .
Mi squilla il cellulare. È Lorelei.
Fanculo gli stupidi ordini di mia madre.
“Ciao, Lori”.
“Ciao, Eli… volevo sapere come stavi. Mi manchi tanto”.
La sua dolce voce. La prima cosa che mi sia piaciuta di lei quando ci siamo conosciute al compleanno di una mia ex-compagna di scuola piuttosto snob.
“Sto bene, piccola”.
“Sei davvero a Parigi? Dev’essere bellissima!”.
“Sì, lo è. Ti piacerebbe, anche se non è bella come Barcellona”.
Sospiro al ricordo della nostra vacanza dell’estate scorsa per festeggiare il nostro ingresso nella maggiore età. Solo noi due, la spiaggia e tante pentole di paella. Un vero e proprio paraíso!
Papà non sospettava minimamente che stessimo insieme da quasi un anno. Fu la vacanza più bella della mia vita.
“E se venissi da te? Mio padre non sa niente di quello che è successo”.
“Ma potrebbe scoprirlo! Per quanto ne so, mia zia potrebbe rivelare tutto ai miei se facessi un passo falso e mio padre non si limiterebbe a lasciarmi un livido sulla spalla!”, protesto.
“Scusami, hai ragione”.
La sua voce è ancora più dolce quando è triste o dispiaciuta. Dio, quanto vorrei che fosse qui con me.
“Ora devo uscire, devo andare in farmacia”.
Quando è arrabbiata, la sua voce diventa monotona.
“Mi richiami domani sera, vero?”, le chiedo speranzosa.
“Certo. À bientôt!”.
“Quanto sei sexy quando parli in francese”.
“Adulatrice”.
La sento mandarmi un bacio e la chiamata si chiude.
Accendo la televisione per distrarmi.
Guardo la versione francese di The Hours.
Proprio il film adatto per la mia situazione.

*

La zia e Juliette arrivano poco dopo il tramonto e con tre scatole fumanti di pizza.
“Eli!”, esclama mia cugina e mi abbraccia forte, rischiando di soffocarmi. La saluto nonostante abbia la bocca coperta dalla sua spalla.
“Hai visto che bella la mia casa? La parte che preferisco è la vista!”.
“Sì, è proprio bella”, commento.
“Per festeggiare il tuo arrivo, siamo passate a prendere la migliore pizza di Parigi. Non ci ricordavamo quale ti piacesse e così abbiamo preso la Margherita, ma puoi aggiungere tutti gli ingredienti che vuoi, il frigo è pieno di roba buona”, interviene la zia.
“Grazie, ma va bene anche così”.
Per fortuna, ho già apparecchiato, perciò siamo in tempo per mangiare le pizze ancora calde.
Brindiamo al mio arrivo con la Coca-Cola.
So già che non chiuderò occhio stanotte e non solo a causa della mia bibita preferita.
Mentre mangio, la zia e Juliette mi parlano dei progressi della loro libreria, ma non dell’equitazione, soltanto dell’iscrizione di Juliette all’esame per entrare alla Sorbona.
Ci stiamo comportando tutte e tre in modo troppo normale.
“Zia, Juliette, vi ringrazio per la pizza, ma adesso passiamo alle cose serie, vi prego”, dico mentre le aiuto a sparecchiare.
Loro si guardano, poi m’invitano a sedermi sul divano insieme a loro.
Ora mi sento trattata come una che sta per ricevere dei lunghi e strazianti addii prima di andare al patibolo.
“Elisa, quando tua madre mi ha chiamata e mi ha raccontato quello che è successo, ho parlato con Juliette e abbiamo accettato di accoglierti senza pensarci due volte, ma non ti vogliamo aiutare a ‘guarire’, perché a differenza di quello che pensa tuo padre, non sei malata. Sei una persona normale che ha espresso i suoi sentimenti verso qualcuno in modo diverso dal solito e non c’è niente di male in questo. Sappiamo anche che sei molto confusa sul tuo futuro per quanto riguarda gli studi, perciò ti permetteremo di lavorare nella nostra libreria, così avrai la possibilità di distrarti un po’ intanto che cercherai la tua strada, qualunque essa sia, senza alcuna vergogna di te stessa”, mi spiega la zia.
“Se intendete aiutarmi così, allora so già che non tornerò mai più in Italia, o almeno non a Milano! Papà sarebbe capace di chiedere ad Albertini di segnarmi come persona indesiderata!”.
Da quando papà ha avuto il sindaco come paziente per un certo periodo, non fa altro che vantarsene anche quando non è in ospedale.
“E non potrò più rivedere la mia ragazza”, aggiungo.
“Ora non fare la melodrammatica, Eli!”, interviene Juliette.
“È facile parlare per te, Ju, non hai dei promemoria sul corpo!”, sbotto e mi scopro la spalla sinistra. La zia e Juliette sussulta alla vista del grande livido violaceo che mi fa male da tre giorni.
“Non ne sapevamo niente…”, commenta la zia.
Mi alzo perché mi sento soffocare.
“Sentite, vi sono molto grata per questa ospitalità, ma la verità è che neanche voi potete aiutarmi, nessuno può farlo, perché io sono fatta così e non cambierò mai! Ed è…”.
Mi sento mancare le forze e non perché mi sono alzata di scatto.
“Ed è questa la mia condanna!”.
Corro a chiudermi in camera e mi affaccio alla finestra.
Sento il mio Nokia fucsia vibrare.
È mia madre.
Avrei preferito che fosse di nuovo Lorelei.
Accetto la chiamata dopo essermi schiarita la voce.
“Pronto?”.
“Ciao, Elisa. Come va a Parigi?”.
“Ciao, mamma… va tutto bene”.
“Come stanno la zia e Juliette?”.
“Stanno bene anche loro. Abbiamo mangiato la pizza a cena”.
“Pizza? Mi aspettavo che la zia avesse preparato qualcosa di francese, tipo la fonduta”.
Sento qualcuno parlare vicino a lei.
“Chi c’è vicino a te? Francesca?”.
Prima di partire, non mi ha permesso di salutare mia sorella, forse per evitare di influenzarla.
“Sì, è lei. Vorrebbe salutarti, ma si sta lavando i denti…”.
Lo sento che è una bugia, ma non importa.
“Potresti farlo tu per me?”.
“Certo, Elisa”.
“Se è un momento buono, dì a papà che da quando sono arrivata, le uniche femmine con cui ho parlato sono la zia e Juliette. Può stare tranquillo, non contagerò anche Parigi”.
Se le dicessi di Lorelei, chiederebbe alla zia di buttare il mio cellulare fuori dalla finestra.
“Non fare la spiritosa, non dopo quello che hai combinato!”.
Ecco, sto per rovinare di nuovo l’equilibrio nella mia famiglia.
Meglio chiuderla qui prima che sia troppo tardi.
“Grazie per la telefonata, mamma. Non voglio farti spendere troppi soldi, quindi buonanotte”.
“Buonanotte, Elisa”, conclude lei con tono glaciale.
“Gelato?”.
Mi giro e vedo Juliette con due ciotole piene di gelato al pistacchio e nocciola e palline di zucchero colorate, il nostro dessert estivo preferito.
“Come posso resistere?”.
Me ne porge una e si gode il panorama insieme a me.
“Scusami per prima. È un periodo di merda e vedo tutto nero”.
“Anche mentre mangi il gelato?”.
Assaggio il pistacchio.
“Vedo un po’ di verde, marrone chiaro e un misto di colori che ricordano quelli dell’arcobaleno”, spiego con la bocca piena.
Juliette sorride e si caccia un’enorme cucchiaiata di nocciola.
“È solo il primo giorno, Eli, domani andrà meglio. E non lo dico tanto per dire. Se vuoi sentirti con la tua ragazza, fallo pure senza paura. Almeno di me ti puoi fidare”.
 
Continua nel capitolo:


 
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